Anna e Clara Bocchino: Le donne e “La voce a te dovuta”. Atto d’amore, antidoto per ogni forma di discriminazione

Con “La voce a te dovuta” il Teatro Serra di Napoli ospita una riflessione sulle donne e l’educazione alla discriminazione. Una produzione Piccola Città Teatro. Regia Ettore Nigro. Con Anna e Clara Bocchino. Testi Sharon Amato. Scene Giancarlo Minniti. Costumi Giuseppe Avallone. Musiche Antonio Bocchino. Regista assistente Giovanni Sbarra. Dal 28 febbraio al 2 marzo (venerdì ore 21:00, sabato ore 19:00, domenica ore 18:00) a Fuorigrotta, in Via Diocleziano 316.

Anna Bocchino nasce a Napoli dove vive e lavora. Inizia il suo percorso formativo teatrale conseguendo l’attestato di formazione triennale all’Asylum Anteatro ai Vergini e si diploma nel 2018 alla Scuola del Teatro Stabile di Napoli selezionata da Luca De Filippo con i maestri Salveti, Sinagra, Monetta, Isa Danieli, Angela Pagano, Sapienza, Bordoni e altri. Sempre nello stesso anno fonda con altri soci la compagnia teatrale U35 riconosciuta dal Ministero, Piccola Città Teatro. Negli anni ha partecipato e ideato numerose performances artistico-teatrali in diverse Istituzioni, tra le quali Museo di Capodimonte, Archivio Dalisi, Teatro Sannazaro, Teatro Mercadante, Teatro Argot, PAN di Napoli.

Clara Bocchino nasce a Napoli. Si diploma presso la Scuola del Teatro Stabile di Napoli fondata da Luca de Filippo e diretta poi da Mariano Rigillo nel 2018. Conseguito il diploma di maturità al Liceo Classico A. Genovesi si iscrive alla Facoltà di Lettere Classiche, ma la passione vira prepotentemente sulla recitazione e, precedentemente al percorso accademico, consegue l’attestato di formazione presso l’Asylum Anteatro Ai Vergini. Nel 2018 fonda la compagnia Putéca Celidònia con cui porta avanti il suo percorso di attrice, operatrice culturale e formatrice. Nel 2021 arriva finalista al Premio Serra-Campi Flegrei. Negli anni si è formata in diversi laboratori di teatro, tra i quali quelli con E. Nekrosius, D. Manfredini, M. Borrelli, D. Iodice, A. Serra, J. Galito-Cava, R. Carpentieri e con il Teatro del Lemming con cui ha seguito anche il Corso di formazione per attori.

 

“La voce a te dovuta” è atto d’amore, antidoto per ogni forma di discriminazione. E’ solo pura arte la commistione tra recita e realtà?

Anna – Chissà cosa sia veramente reale e cosa no! L’arte per me riesce a sfumare ancor di più quel filo sottile e misterioso che esiste tra realtà e finzione e rende tutto, probabilmente, ancora più vero.

Clara – Finzione e realtà sono le coordinate che regolano le dinamiche imprevedibili della vita e quindi anche dell’arte. Solitamente non faccio citazioni, ma leggendo questa domanda ho subito pensato a Eduardo che in un’intervista afferma: «Perché è proprio così, credetemi: teatro e vita, finzione scenica e realtà vissuta sono una cosa sola. E non è una frase fatta, la mia» Ecco, credo non ci sia altro da aggiungere!

Perché bisogna andare a teatro per ascoltare la vostra riflessione sulle donne e l’educazione alla discriminazione? C’è qualcosa che si impara appena si mette piede fuori dalla sala?

A – Credo che oggi serva “ascoltare” più che parlare di questa tanto discussa “questione” femminile. In questo spettacolo chiediamo un ascolto aperto e senza giudizio. Non so se si tratta di imparare qualcosa ma io, sia da attrice che da spettatrice, spero sempre di uscire da teatro in qualche modo “diversa” da come ci sono entrata. Altrimenti dov’è la magia?

C – Posso dire con certezza che non abbiamo voluto impartire alcuna lezione: non siamo nella posizione di farlo, né era questo il nostro obiettivo. Spero che, abbandonata la sala, gli spettatori coltivino domande e riflessioni autentiche di natura personale e collettiva; dunque, che escano un po’ arricchiti da punti di vista altri che magari siano in grado di aprire piccoli varchi interiori, che ciascuno può riempire nella propria vita quotidiana, con le proprie azioni e volontà. Per me anche causare un senso di rifiuto in questo lavoro è particolarmente ben accetto.

 

La storia da quale suggestione nasce? Avete mai provato sulla vostra pelle le cose di cui parlate?

A – La suggestione nasce da un confronto spontaneo, con alcune delle mie più care amiche e mia sorella, su problemi molto semplici del nostro quotidiano di donne della nostra generazione. Da quel confronto è nato il sogno di fare un podcast e da lì, confrontandomi con Ettore Nigro (il regista) l’idea di mettere in scena “il podcast” stesso. Da tempo volevo fare qualcosa insieme con la mia gemella e questa mi è sembrata un’ occasione importante. Alcune discriminazioni le ho provate anche io sulla mia pelle e sfido qualsiasi donna a non averne subìta almeno una.

C – La storia nasce da un’idea di Anna ed Ettore durante la pandemia, ma già precedentemente avevamo avvertito l’esigenza di dare voce e forma alla questione, partendo da realtà anche quotidiane, piccole e quindi grandissime. Penso che tutte le problematiche umane abbiano origine dal “piccolo” e dalla contingenza: se tali problematiche si incastrano in un sistema “malato”, ciò può dar luogo a una evoluzione negativa del sistema stesso, accentuandone le storture. Credo che purtroppo siano poche le donne che non abbiano mai sentito addosso una qualche sovra determinazione, non necessariamente di natura fisica. Basti dire che già cresciamo con un freno a mano insito che, quandanche non connaturato, bisogna comunque imparare a gestire. La risposta è sì, quindi.

I parenti delle vittime di uomini gelosi e violenti raccontano storie di dolore, ma anche denunce inascoltate e leggi che non proteggono…

A – La burocrazia in questo paese uccide. I tempi di reazione dello Stato non aiutano assolutamente i già molto lenti tempi di reazione di parecchie donne. Tempi nei quali loro combattono e cercano di raggiungere una consapevolezza, cacciare il dolore, parlare e denunciare.

C – La mia impressione è che esista un inevitabile divario tra la realtà, con i suoi quotidiani accadimenti, e le risposte legislative a determinati eventi, ma penso che il tempo della storia e dei suoi fenomeni debba fare un certo corso per far sì che temi e problemi siano compresi nella loro più profonda essenza. Ecco, penso che la nostra generazione non vedrà un effettivo superamento di tali problemi: diventa, a maggior ragione, essenziale lavorare adesso per il futuro. Consiglio di vedere il film Il popolo delle donne, regia di Yuri Ancarani.

La violenza di genere è figlia di un certo terreno culturale. Cosa è cambiato, ammesso che sia cambiato qualcosa, nei comportamenti maschili?

A – Qualcosa è cambiato, ma per me è ancora poco. È molto “estetico e superficiale” il cambiamento che a volte leggo e mi riferisco a tutti i tipi di contesti sociali. Ma i giovanissimi e le giovanissime credo siano un passettino più avanti di noi in questo senso e spero davvero continuino così.

C – Nonostante una confusione generale che sento tra le teorie e la vita vera, penso sia cambiata la sensibilità verso certi temi, per fortuna. Poco tempo fa solo vagamente ci si poneva l’interrogativo; in fondo, mezzo secolo non è poi così tanto tempo per la storia. Certo, potremmo essere un po’ più veloci nel 2025 e tentare, anche se in minima parte, di procedere al pari del progresso su questo fronte sarebbe sorprendente!

 

Cosa si prova a dare speranza?

A – Io non mi prefiggo di dare speranze ma sicuramente desidero fortemente, e lo si può fare solo insieme al pubblico, creare un momento di condivisione. Una “piccola” rivoluzione poetica.

C – La speranza: meravigliosa arma a doppio taglio. Se con speranza intendiamo lotta vitale e slancio verso il cambiamento, ritrovo le ragioni per cui ho scelto il mio lavoro.

Giusto per sdrammatizzare: qual è stata la vostra prima pena d’amore?

A – La prima pena d’amore fortunatamente non è legata a nessuna violenza o discriminazione. Il mio primo amore giovanile, uno di quelli in cui credi che sia impossibile finisca, invece dopo molti anni sfumò. E per me fu uno dei primi cambiamenti fondamentali della mia vita. Pensavo non di poter vivere più e invece fu un salto nel vuoto bellissimo.

C – La mia prima pena d’amore? Mah, forse alle elementari! Ho sempre dato una certa importanza al contatto, alle relazioni.

La scrittura come la musica, aiuta a capire la propria indole. Avete mai sentito la pressione di raggiungere determinate tappe nella vita personale? Che cosa significa per voi creare qualcosa?

A – Il nostro è un mestiere infame ma è tra i più belli del mondo. Continuamente si combatte con il proprio ego, con l’esterno, con gli altri per restare dei puri. A volte ho percepito la pressione di non essere “nessuno” non avendo preso parte a determinati prodotti artistici e ancora oggi, ogni tanto, ho qualche mostro che sale a galla. Ma sono felice e resisto perché per me creare artisticamente è uno strano modo di proiettarsi, di vedersi al di fuori di sé e guardarsi, ri/conoscersi. E, soprattutto, il teatro mi permette di farlo con gli altri ed è molto emozionante.

C – Continuamente. L’intelligenza sta nel saper trasformare la pressione e non è sempre semplice, anzi. Vivo di saliscendi interiori. Creare per me significa condividere.

 

I risvolti emotivi di un cuore sensibile?

A – Potrebbe provare tanto dolore ma questo significherebbe essere soltanto un cuore pieno di vita.

C – Non penso di poter rispondere, ma quando immagino un cuore sensibile vedo forza, istinto, vulnerabilità.

Che cosa vi rende felici e cosa infelici?

A – Mi rende infelice la disparità delle possibilità, il gender gap economico e la ancora poca presenza femminile in ruoli “dirigenziali”, di ogni ambito lavorativo. Mi rende felice, invece, la forza del cambiamento e la disponibilità a conoscersi di alcuni uomini intorno a me.

C – Mi rende felice la voglia di cambiamento. Mi rende infelice la strategia nei rapporti umani.

Nei vostri lavori teatrali c’è una parola, una emozione che torna spesso?

A – Poesia.

C – Ciò che torna credo sia la nostra autenticità nel vivere quel lavoro che stiamo facendo come pieno di senso, rispondente a una esigenza.

L’obiettivo più importante da centrare, adesso qual è?

A – Con “La voce a te dovuta”? Invitare ad ascoltare e ad ascoltarsi di più. Per la mia vita artistica? Vorrei fare un bel film (e magari poi continuare a preferire il teatro eh!) ma desidero provare a lavorare su un bel ruolo.

C – Parlare al cuore anche solo di una persona.