Vogliamo il bene dei nostri giovani o solo il piacere di avere degli schiavi?

di Roberto Gugliotta

Continuo a parlare di basket perché questa è la mia passione e per ragioni di educazione sportiva. Ma in termini di rispetto per quel che predichi, è una grossa delusione. Non è vero che i maestri son quelli più bravi, semmai è vero che i più bravi non hanno alcun interesse a fare del bene ai giovani. Li vogliono sempre sotto torchio per sfruttarli e darsi un tono: lo sport che amo non prevede orchi ma fratelli maggiori. E non c’è ricambio né formazione. In questi anni di racconti, riflessioni, persino scontri ho scritto di Rambo, di arbitri giustizieri e d-istruttori. Il “basket a modo mio” ha cercato di ‘sgasarli‘: non partecipiamo ai campionati giovanili per correre rischi inutili – dicevo loro – ma per conoscere realtà diverse dalla nostra. Speravo che capissero, e lasciassero a casa il “coltello” da survival. A volte è servito, altre meno. Quello che non ho mai capito è la mancanza di fiducia nei confronti dei giovani. Tutti a parole li vorrebbero far giocare e renderli protagonisti nei campionati senior, ma se poi leggi le statistiche la casella delle presenze è bianca. Eppure non è che chi va in campo e gioca per venti o trenta minuti fa sfracelli: possibile che un giovane talento non è in grado di tenere il campo per cinque o dieci minuti visto l’andazzo? E se non è pronto, perché tenerlo in squadra? Mettiamoci d’accordo vogliamo il bene dei nostri giovani o solo il piacere di avere degli schiavi? Bisogna mettersi in testa che lo sport non è fare prigionieri né condizionare la vita dei ragazzi e se si vuole educare e allenarli seriamente si deve essere preparati, mentalmente e culturalmente. In questi anni ho dovuto aprire gli occhi su tante persone, alcuni in errore in buona fede altri volutamente cialtroni. Realtà sportive che andrebbero chiuse per manifesta incapacità a promuovere i valori etici ma nate solo per fregare i genitori, veri babbei nel dare fiducia a degli apprendisti stregoni: ma non si può pretendere l’Hilton del basket in un luogo scartato dalle istituzioni e dalla federazione. Siamo l’ultima generazione che può vedere la propria preistoria, e per questo dovremo ringraziare presidenti come Antonio Rescifina, uno che nella propria vita ha viaggiato molto, e che avrebbe, per il bene del basket, dovuto continuare a farlo così da non doversi occupare di sport, giovani e campionati. Gestire una federazione, uno sport, è cosa diversa di fare il ricco turista. Il basket che piace a me non propone avventure, ma emozioni, esperienze, possibilità di conoscenza. Tanto per chiarire: per avventura si intende disorganizzazione, questa è una filosofia che lasciamo a certi d-istruttori… Ecco, a questo punto, il manuale del perfetto istruttore: preparazione culturale, senso di sopportazione di fronte agli immancabili disagi, nessuna concessione al "cultore della propria vanità". E allora tirando le somme: in giro per i palazzetti vedo pochi padri nobili, tanti pugili suonati – che hanno difficoltà a percepire le cose oltre quello che accade sul campo -, e tanti mestieranti. Qual è la verità? Star fuori squadra dà la carica o stanca? Mi chiedo, dove sono i nostri giovani talenti se in campo preferiamo mandare atleti bravi a far virgola? Un disastro: e va bene che molti veterani il basket ce l’hanno nel cuore, ma a tutto c’è un limite. Meglio perdere con dei giovani che possono essere il futuro che lasciarci le penne con dei parametri pesantemente inutili e spesso dannosi. Se vogliamo davvero aiutarli questi talenti non possiamo vivere nella psicosi del risultato. Perché non inserire una regola per cui ogni squadra deve avere in rosa un certo numero di ragazzi, oltre a senior e stranieri, con l’obbligo farli giocare? Voglio proprio vedere se c’è qualche obiezione.