
Oggi le malattie cardiache accorciano di oltre 4 mesi la vita degli italiani e costano 42 miliardi di euro l’anno. Esperti FIC e ESC: “Urgente rafforzare la prevenzione e attuare un Piano Nazionale per la Salute del cuore”…
A contribuire all’inversione di tendenza nella crescita dell’aspettativa di vita è l’aumento dei principali fattori di rischio cardiovascolari, come obesità, ipertensione, colesterolo alto, dieta scorretta, diabete, fumo e sedentarietà responsabili di circa il 60% delle morti cardiovascolari. Si tratta di fattori modificabili e migliorabili grazie all’attuazione delle strategie d’intervento contenute nel Piano Strategico Nazionale per la Salute Cardiovascolare, sviluppato dalla Federazione Italiana di Cardiologia (FIC) con il sostegno della Società Europea di Cardiologia, la Società Italiana di Cardiologia (SIC) e l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO).
Hanno costi “monstre”, diretti e indiretti, per 42 miliardi di euro l’anno e una ricaduta sulla aspettativa di vita degli italiani che, per la prima volta, li rende meno longevi: ciò nonostante, le malattie cardiovascolari faticano a trovare il giusto spazio nell’agenda di governo per l’attivazione di politiche di prevenzione intese come investimento e non solo come un costo. Rappresentano, infatti, la principale causa della riduzione dell’aspettativa di vita dal 2011 al 2021 in molti paesi europei. Uno studio internazionale, guidato dall’Università dell’East Anglia nel Regno Unito e pubblicato di recente sulla rivista The Lancet Public Health, ha registrato un sostanziale rallentamento nella crescita dell’aspettativa di vita in Europa, compresa l’Italia, a partire dal 2011. Dal 2019 in poi, in concomitanza con la pandemia, l’aspettativa di vita è invece iniziata a diminuire. In particolare, in Italia si è registrata una riduzione media annua di 0,36 anni, pari a oltre 4 mesi. A contribuire a questa inversione di tendenza l’aumento dei principali fattori di rischio cardiovascolare, come obesità, ipertensione, colesterolo alto, dieta poco sana, fumo e sedentarietà, nonché assenza di screening e una eccessiva burocrazia per i piani terapeutici che hanno smesso di migliorare l’aspettativa di vita dal 2011 in poi. Tuttavia, oltre la metà delle malattie cardiovascolari è prevenibile con modifiche allo stile di vita e controllo dei fattori di rischio. Lo conferma uno studio appena pubblicato su The Lancet, che ha evidenziato come diagnosi precoci e programmi di prevenzione, permetterebbero di ridurre entro il 2050, il tasso di decessi per aterosclerosi dell’82%, salvando a livello globale 8,7 milioni di vite l’anno. Per questo è fondamentale e non più rinviabile dare attuazione al Piano Strategico Nazionale per la Salute del Cuore sviluppato dalla Federazione Italiana di Cardiologia (FIC), con il sostegno della Società Europea di Cardiologia, e in collaborazione con la Società Italiana di Cardiologia (SIC) e l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO). A lanciare l’appello, Ciro Indolfi, Presidente FIC, in occasione dell’ESC Preventive Cardiology, il congresso annuale dell’Associazione Europea di Cardiologia Preventiva (EAPC), in corso a Milano, da oggi al 5 aprile.
“Oggi la terapia ospedaliera dell’infarto acuto grazie allo stent e alla terapia antipiastrinica ha raggiunte il massimo della sua potenzialità. Pertanto, se vogliamo ridurre la prima causa di morte in Italia e soprattutto la morte cardiaca pre-ospedaliera, che rappresenta il 50% delle morti per infarto, dobbiamo agire sulla prevenzione che ha un ruolo cruciale nel ridurre l’impatto delle malattie cardiovascolari in Italia – dichiara Ciro Indolfi, Presidente della Federazione Italiana di Cardiologia -. Lo studio recentemente pubblicato sulla rivista Lancet Public Health dimostra chiaramente come il rallentamento e il calo nell’aspettativa di vita nell’Italia, sia nella maggior parte attribuibile a una riduzione dei progressi nella lotta contro le malattie cardiovascolari. Un’azione sui fattori di rischio cardiometabolico modificabili consentirebbe di evitare fino all’60% dei decessi, in primis per infarto e ictus. Ciò significa che una prevenzione efficace, intesa come investimento e non solo un costo, che mantenga o migliori questi progressi, potrebbe avere un impatto significativo per far vivere meglio e più a lungo gli italiani”.
Lo studio, che ha preso in esame i dati del Global Burden of Disease 2021, la ricerca più ampia e completa per quantificare la perdita di salute, eseguita dall’Institute of Health Metrics and Evaluation sulla base del lavoro di quasi 12.000 collaboratori in oltre 160 Paesi e territori, identifica diversi fattori di rischio per le malattie cardiovascolari che sono modificabili attraverso interventi di prevenzione. Tra questi, l’ipertensione, i rischi dietetici, il fumo di tabacco, il colesterolo alto, l’obesità, la scarsa attività fisica.
Da un’ulteriore analisi di questi dati, appena pubblicata su The Lancet, la commissione della rivista che si occupa di coronopatie, ha messo in luce la necessità di ripensare queste malattie. “Monitorarne l’evoluzione per tutta la vita, non solo quando raggiunge gli stati finali di sviluppo, intervenire con diagnosi precoce e programmi di prevenzione, permetterebbe di ridurre, infatti, entro il 2050, il tasso di decessi per aterosclerosi dell’82%, salvando a livello globale 8.7 milioni di vite all’anno – sottolinea Perrone Filardi – “Politiche mirate a ridurre l’esposizione della popolazione a questi fattori di rischio, possono avere un impatto sostanziale sulla riduzione delle malattie cardiovascolari e sul miglioramento della salute della popolazione – –. Grandi vantaggi anche sotto il profilo economico: oltre all’impatto sulla salute, infatti, le malattie cardiovascolari comportano un notevole onere economico per l’Italia. Si stima che nel 2021 le malattie cardiovascolari siano costate al Paese 42 miliardi di euro”. Questi costi sono distribuiti in vari settori: dall’assistenza sanitaria con 21,3 miliardi di euro (51%) all’assistenza sociale con 2,4 miliardi di euro (6%), dall’assistenza informale con 13,7 miliardi di euro (33%) alle perdite legate alla morbilità con 1,2 miliardi di euro (3%) e quelle legate alla mortalità con 3,3 miliardi di euro (8%).
“I dati evidenziano la necessità di un impegno forte e costante nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, declinabile in una serie di azioni descritte nel Piano Strategico Nazionale per la salute del cuore – sottolinea Fabrizio Oliva, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Cardiologi Ospedalieri-. Tra i capisaldi del primo documento strategico italiano dedicato alla prevenzione delle malattie cardiovascolari rientrano l’organizzazione di screening obbligatori nazionali per tutti i cittadini già a partire dai 18 anni, per la valutazione del colesterolo e della pressione arteriosa; elettrocardiogramma una volta l’anno per gli over 65; la realizzazione di aree pubbliche nelle città che incoraggino l’attività fisica, come piste ciclabili e spazi in parchi pubblici; l’implementazione di percorsi di cura, DRG e rimborsabilità dei farmaci chiari e omogenei sul territorio italiano; il ricorso alla digitalizzazione per snellire la burocrazia; la diffusione di campagne educazionali per i cittadini dalle scuole ai luoghi di lavoro; e il ricorso all’innovazione tecnologica e all’Intelligenza artificiale”.