
Vent’anni fa il 2 aprile 2005, alle ore 21,37, all’età di 84 anni, moriva Giovanni Paolo II. Molti sono i ricordi che ho del grandioso pontificato, ho scritto un libro in occasione della sua canonizzazione. Niente di eccezionale, si tratta di una antologia di testi che ho letto sulla sua figura, sul suo longevo pontificato. Oggi i giornali ricordano i venti anni, più di tutti lo fa Il Tempo di Roma con uno Speciale: “Giovanni Paolo II. Il Papa polacco nel cuore di tutti”.
Il Cardinale Stanislaw Dziwisz che è stato al fianco di S. Giovanni Paolo II per 39 anni, racconta gli ultimi momenti della vita dell’uomo che cambiò il mondo. Inoltre, il cardinale rivela al giornale che ha inviato a Papa Francesco una reliquia di Karol Wojtyla a Papa Francesco durante il ricovero al policlinico Agostino Gemelli di Roma, affidando la sua guarigione a San Giovanni Paolo II. La mia attenzione si rivolge alla scheda di Nico Spuntoni: “La paura comunista per la sua elezione era più che fondata, così Karol ha sconfitto il blocco dell’est”. Il giornalista racconta un aneddoto interessante che non conoscevo, “la sera del 16 ottobre 1978, quando Karol Wojtyla si affacciò dalla loggia centrale della basilica di San Pietro vestito di bianco, un uomo che sembrava ubriaco cominciò a ridere a crepapelle in mezzo alla piazza strapiena. A un certo punto, spazientito, il professore gli chiese cosa suscitasse in lui tanta ilarità e quello prontamente rispose: «mi sto immaginando la faccia di Brežnev in questo momento»”.
Parole quasi profetiche perché poco più di un decennio dopo sarebbe venuto giù prima il muro di Berlino e poi l’Urss stessa, senza spargimenti di sangue. In effetti, a Mosca fu subito chiaro il pericolo di avere un tenace anticomunista, espressione di quella Chiesa del Silenzio guardata a vista dai regimi filosovietici, nel ruolo di leader più autorevole della cristianità. E infatti il 13 novembre 1979 il Comitato centrale del Pcus elaborò un programma firmato da Mikhail Suslov che elencava una serie di misure da prendere contro il Papa polacco tra le quali c’era anche il mandato al Kgb di mettere in guardia tramite i canali «amici» della stampa estera sulle conseguenze degli appelli pro-libertà di Wojtyla nei Paesi del blocco sovietico. Volevano depolarizzare Giovanni Paolo II, descrivendolo come un agitatore nella speranza che la pressione dell’opinione pubblica «amica» potesse convincerlo a fermarsi. Ma non funzionò. Forgiato come uomo dalle sofferenze subìte a causa del nazismo e del comunismo,Wojtyla non se ne dimenticò una volta arrivato sul soglio pontificio. Non bastò l’attentato del 13 maggio 1981, di cui non furono accertati i mandanti, a fermare l’attivismo del Papa che con il terzo viaggio in Polonia del 1987 galvanizzò quella resistenza morale e sociale sfociata poi due anni dopo nel cammino verso la democrazia e la nascita del primo governo guidato da un non comunista. Insomma, non è un caso che la slavina da cui partì il crollo del comunismo ebbe origine proprio in Polonia.
Lo ammise subito dopo Mikhail Gorbaciov dicendo che «tutto ciò che è successo nell’Europa orientale in questi ultimi anni non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il grande ruolo, anche politico, che lui ha saputo giocare sulla scena mondiale». Uno studioso americano John Lewis Gaddis, docente a Yale e tra i più noti storici della guerra fredda scrive nel suo (The Cold War: A New History, New York 2005): “Quando Giovanni Paolo II baciò la terra all’aeroporto di Varsavia il 2 giugno 1979, diede inizio al processo attraverso il quale il comunismo in Polonia – e in definitiva in qualsiasi altra parte d’Europa – sarebbe giunto alla fine” Quella di Gaddis è forse una valutazione esagerata, Sta di fatto che è evidente che il papa polacco ebbe un ruolo di grande rilievo non solo nella sua patria d’origine ma anche in tutta una serie di Paesi dell’Europa centro orientale. Wojtyła, fin da giovane sacerdote erroneamente ritenuto dal regime più ‘spirituale’ e meno pericoloso rispetto ad altri, come ha ricordato in diverse occasioni il portavoce vaticano Joaquín Navarro Valls. Una valutazione quanto mai erronea.
Già il primo viaggio di Giovanni Paolo II nella sua terra d’origine era impostato sul ruolo del cattolicesimo in Polonia e, pur non implicando una critica esplicita del sistema comunista, rivendicava allo stesso tempo un’identità cattolica forte, che in quel momento acquisiva anche un chiaro carattere politico in chiave nazionale e patriottica. Che significava anche un tendenziale rigetto, anche se non attraverso un’azione violenta, di un sistema comunista identificato come un’interferenza dell’Urss nelle vicende interne del Paese. Non a caso nel 1980 venne fondato Solidarność, primo sindacato libero nel blocco sovietico, che sui cancelli dei cantieri navali di Danzica durante gli scioperi avrebbe esposto proprio l’immagine del papa assieme a quella della Madonna nera di Częstochowa. Infine Spuntoni segnala due libri sul Papa che ha cambiato la vita di intere generazioni, il primo dello storico vaticanista Gian Franco Svidercoschi, fresco autore del libro «Karol. Il Papa che ha cambiato la storia» edito da Il Pozzo di Giacobbe.
Svidercoschi, che di Wojtyla è stato collaboratore e anche amico, non ha dubbi, sul suo contributo fondamentale nella caduta del comunismo. Il secondo libro, «Giovanni Paolo II, pellegrino di speranza. Guida alle sue encicliche», edito da Cantagalli). Oggi, vent’anni dopo il triste annuncio, Giovanni Paolo II va ricordato come il Papa vittorioso contro il comunismo ma anche come il Papa sconfitto nell’ultima grande battaglia per il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa. In entrambi i casi aveva ragione, ma fu più facile agevolare il crollo incruento del blocco sovietico che convincere l’Ue a non rinnegare la sua anima.
DOMENICO BONVEGNA
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