“Peccati e virtù, le Chiese protestanti tra abusi e redenzione” di Davide Romano

di Davide Romano 

Le chiese protestanti in Francia e Germania affrontano finalmente il problema degli abusi con nuove misure concrete, dalla linea telefonica francese ai risarcimenti uniformi tedeschi. Una svolta tardiva ma necessaria che mette in luce la contraddizione tra i principi di trasparenza protestante e una realtà di abusi nascosti. La vera riforma richiede non solo risarcimenti, ma un ripensamento delle strutture di potere ecclesiastico.

Ci sono voluti secoli, cari lettori, perché le chiese protestanti ammettessero ciò che i fedeli sussurravano nei corridoi delle loro austere cattedrali: anche tra i pulpiti luterani, calvinisti e metodisti si annidano peccatori con il colletto bianco. E non parlo dei peccati veniali che tutti commettiamo, ma di quelli che lasciano cicatrici nell’anima. Gli abusi, quelli che una volta venivano sotterrati sotto il tappeto della sacrestia con la scusa della “discrezione cristiana”.

Era ora. E dico “era ora” non per cinismo, ma perché la Chiesa – qualunque chiesa – ha senso solo se sa guardare in faccia i propri demoni prima di esorcizzare quelli altrui. Altrimenti diventa quello che i protestanti hanno sempre rimproverato ai cattolici: un’istituzione che predica bene e razzola male.

Il 6 marzo scorso, la Federazione protestante francese (Fpf) ha inaugurato una linea telefonica nazionale contro gli abusi. Una specie di confessionale laico, se mi passate il paradosso, dove chi ha subito violenze può parlare senza temere il giudizio divino o, peggio ancora, quello umano. I protestanti francesi hanno capito che non basta più pregare per le vittime: bisogna ascoltarle. E hanno affidato questo compito non ai pastori, ma a professionisti indipendenti, formati per curare ferite che la teologia, da sola, non può sanare.

Ricordiamoci che il protestantesimo nacque proprio come ribellione agli abusi di potere ecclesiastico. Quando Lutero affisse le sue 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg nel 1517, non stava solo contestando le indulgenze, ma un intero sistema che usava il potere spirituale per fini terreni. È ironico, quindi, che cinquecento anni dopo anche le chiese nate da quella ribellione debbano fare i conti con gli stessi peccati.

Le chiese protestanti, frammentate in innumerevoli denominazioni – luterani, calvinisti, metodisti, battisti, pentecostali e una miriade di altre – hanno sempre vantato una struttura più orizzontale rispetto alla verticalità cattolica. Un pastore battista, solo per fare un esempio, il più banale, non risponde al “papa battista”, semplicemente perché quest’ultimo non esiste. Questo ha reso più difficile per le vittime far sentire la propria voce, poiché mancava un’autorità centrale a cui rivolgersi.

La Federazione protestante francese conta circa 30 diverse denominazioni al suo interno, ciascuna con proprie tradizioni e strutture. I luterani e i riformati (calvinisti) rappresentano la tradizione storica del protestantesimo francese, mentre le chiese evangeliche, pentecostali e carismatiche hanno conosciuto una forte crescita negli ultimi decenni. In questo panorama frammentato, creare un protocollo comune contro gli abusi è stato come far accordare un’orchestra dove ogni musicista legge uno spartito diverso.

Valérie Duval-Poujol, teologa battista che nel 2018 ha fondato l’associazione “Une place pour elles” (Un posto per loro), ha rotto il silenzio: “Le vittime e gli autori di violenza sono presenti nelle nostre chiese”. Una confessione che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa, quando il protestantesimo si considerava immune dai mali che affliggevano la Chiesa cattolica.

Il protestantesimo francese, minoritario in un paese a maggioranza cattolica, ha sempre coltivato un’immagine di rigore morale e integrità che lo distinguesse dalla Chiesa di Roma. I protestanti ugonotti, perseguitati per secoli, hanno sviluppato una teologia della resistenza e dell’autenticità che mal si conciliava con l’ammissione di colpe gravi come gli abusi. Era più facile pensare: “Queste cose succedono dai cattolici, non da noi”.

Ma la realtà è testarda e non rispetta i confini confessionali. Gli abusi di potere, spirituali e sessuali avvengono ovunque ci sia un’asimmetria di potere, e le chiese protestanti, con la loro enfasi sull’autorità biblica e pastorale, non sono immuni. Anzi, in alcune denominazioni evangeliche più conservatrici, l’autoritarismo spirituale può creare terreno fertile per manipolazioni e abusi.

Oltre Reno, la Chiesa evangelica tedesca (EKD), erede diretta di Lutero e colonna portante del protestantesimo europeo, ha finalmente capito che servono regole chiare e risarcimenti concreti. Le nuove linee guida approvate dal Consiglio dell’EKD prevedono prestazioni di riconoscimento uniformi per tutte le vittime, indipendentemente dalla chiesa regionale di appartenenza.

L’EKD, che riunisce 20 chiese regionali in Germania con circa 20 milioni di fedeli, rappresenta la maggiore confessione protestante del continente. A differenza della Francia, dove i protestanti sono una minoranza, in Germania il protestantesimo luterano è stato per secoli la religione dominante, con profonde influenze sulla cultura, la filosofia e persino la politica nazionale. Questa posizione di potere ha reso ancora più difficile ammettere le colpe.

Il sistema tedesco è articolato e preciso, come ci si aspetterebbe dalla patria di Kant. Le commissioni indipendenti valuteranno i casi e stabiliranno i risarcimenti. Non si tratta di processi giudiziari – quelli spettano ai tribunali dello Stato – ma di un riconoscimento morale e materiale delle sofferenze inflitte sotto l’egida della croce.

Ci sono voluti due anni di “intensi negoziati” per arrivare a queste linee guida. Due anni in cui vittime, pastori, teologi e giuristi hanno dibattuto su come quantificare l’inquantificabile: il dolore di chi è stato tradito da chi doveva proteggerlo.

Il protestantesimo tedesco ha sempre avuto un rapporto complesso con l’autorità e il potere. Da un lato, la teologia luterana dei “due regni” ha permesso ai cristiani tedeschi di separare nettamente la sfera religiosa da quella politica, creando a volte una pericolosa dissociazione morale (basti pensare al periodo nazista). Dall’altro, l’enfasi protestante sul “sacerdozio di tutti i credenti” avrebbe dovuto, in teoria, smantellare le gerarchie che facilitano gli abusi di potere.

Le chiese protestanti, sia in Francia che in Germania, stanno ora affrontando questa contraddizione: come può una teologia dell’eguaglianza spirituale coesistere con strutture che permettono abusi?

La Diakonie, il ramo assistenziale della Chiesa evangelica tedesca, è coinvolta anch’essa nella nuova procedura. Con i suoi 600.000 dipendenti e un milione di volontari, rappresenta uno dei maggiori datori di lavoro in Germania e gestisce ospedali, case di riposo, asili e servizi sociali. Un colosso di carità cristiana che, come tutti i colossi, ha la responsabilità di vigilare sui propri piedi d’argilla.

Nel panorama protestante europeo, queste iniziative francesi e tedesche rappresentano un punto di svolta. Ma non illudiamoci: c’è ancora molto da fare. Le chiese protestanti nordiche, ad esempio, ancora arrancano nel riconoscere pienamente il problema. In Svezia, dove la Chiesa luterana è stata Chiesa di Stato fino al 2000, gli abusi sono stati spesso trattati come questioni interne, da gestire discretamente.

In Italia, dove il protestantesimo è storicamente minoritario (le principali denominazioni sono i valdesi, i metodisti, i battisti e varie chiese evangeliche, per un totale di circa 400.000 fedeli), la questione degli abusi nelle chiese protestanti è stata raramente dibattuta pubblicamente. La Chiesa valdese, la più antica comunità protestante italiana con le sue radici che risalgono al XII secolo, ha avviato solo recentemente una riflessione su questi temi, seguendo l’esempio delle consorelle europee.

Le chiese protestanti americane, da cui molte denominazioni evangeliche europee traggono spesso ispirazione e metodi, hanno vissuto negli ultimi anni diversi scandali legati ad abusi. Alcuni noti pastori di diverse chiese evangeliche sono caduti dal pulpito dopo rivelazioni di abusi di potere e scandali sessuali. La Southern Baptist Convention, la più grande denominazione protestante americana, ad esempio, ha dovuto affrontare un’ondata di casi di abusi nascosti per decenni.

Cosa ci insegna tutto questo? Che nessuna chiesa è immune dal peccato, nemmeno quelle nate per riformare i peccati altrui. E che la vera riforma comincia sempre con la confessione delle proprie colpe, non con la denuncia di quelle degli altri.

C’è qualcosa di profondamente protestante, in fondo, nel modo in cui queste chiese stanno finalmente affrontando il problema: pubblicamente, senza intermediari, con la Bibbia in una mano e la legge nell’altra. Lutero sarebbe orgoglioso di questa trasparenza, lui che non temeva di chiamare peccato il peccato, anche quando si annidava nei più alti ranghi ecclesiastici.

Ma non basta. Le linee telefoniche e i risarcimenti sono necessari, ma non sufficienti. Il vero cambiamento richiede una riforma delle strutture di potere, dei modelli di leadership, della formazione pastorale. E soprattutto, richiede una teologia che non faccia dell’autorità spirituale uno scudo dietro cui nascondere abusi.

Le vittime attendono giustizia, non solo parole. E la credibilità del messaggio cristiano – protestante o cattolico che sia – dipende dalla capacità della Chiesa di essere trasparente quando predica la verità e misericordiosa quando confessa le proprie colpe.

Altrimenti, cari lettori, rischiamo di avere chiese sempre più vuote e sempre meno credibili. E non c’è bisogno di essere credenti per capire che un mondo senza fede genuina sarebbe più povero. Non di dogmi o rituali, ma di quella speranza che solo una comunità onesta con se stessa può offrire a chi soffre.

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