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di Nicola Currò
Osservando la realtà odierna, con i suoi problemi e le sue difficoltà, siamo indotti a pensare che si tratti di un’epoca di cambiamento piuttosto che di un vero e proprio cambiamento d’epoca, dove certezze che un tempo ritenevamo tali oggi vacillano sotto i colpi di un’incalzante e obnubilante azione di rifiuto di tutto ciò che ha a che fare con il passato. L’epoca in cui viviamo sta costringendo ognuno di noi a fare i conti con quella che definiamo semplicisticamente tradizione che però ha molte implicazioni con il vivere quotidiano. In un situazione del genere il rischio è che si crei una divisione tra coloro che si additano come adoratori di cenere e le nuove generazioni che pretendono di vivere senza memoria. Da un lato c’è chi si ostina a perseguire un nostalgico e frustrante ricordo del passato, dall’altro chi pretende di attuare un’alzheimerizzazione sociale. Richiamando al titolo del Meeting 2017: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, che abbiamo definito ambizioso nelle sue evidenti implicazioni, tutto sta nel comprendere cosa significhi accogliere l’eredità dei nostri padri e che significato ha per tutti noi oggi la tradizione.
Ad approfondire il tema del Meeting è intervenuto, in una salata gremita all’inverosimile e carica di una fortissima tensione emotiva, S. E. Mons. Pierbattista Pizzaballa, da poco nominato da Papa Francesco amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme. Brandendo il titolo del Meeting, Pizzaballa ha indicato il nostro tempo come «il tempo della post-verità, del pensiero liquido, della pretesa di avere tutto subito e dove il “per sempre” non esiste quasi più. Un contesto dove non c’è spazio per Dio, così che l’idea di uomo e del mondo sono cambiate radicalmente». Facendo riferimento all’Occidente, Pizzaballa ha osservato che «siamo nel periodo post-cristiano, ciò non solo dal punto di vista scientifico, ma anche e soprattutto per ciò che concerne il vivere comune. Le famiglie hanno smesso di trasmettere la fede» con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Un fenomeno, quello della mancata trasmissione della fede, che «coinvolge anche il Medio Oriente dove le guerre hanno distrutto tutto».
Secondo Pizzaballa, oggi si rifiuta quello che abbiamo ricevuto, «considerandolo un fardello pesante», oppure ci si difende «dalle istanze della modernità, richiamandoci nostalgicamente alla tradizione». Contro il «delirio della contemporaneità, che ci vuole genitori di noi stessi, dobbiamo far memoria di una promessa ricevuta e trasmessa dai padri, perché una società dimentica dei padri è una società di orfani, non di figli». Ma che cosa riceviamo da questa “promessa che ci precede”? Qual è il cuore di questa eredità? Pizzaballa dà una risposta che è la chiave del suo intervento: «Quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Fare memoria, dunque», ha incalzato, «non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. È il modo con il quale i nostri padri hanno testimoniato che si può vivere con slancio, con soddisfazione». E bisogna trovare i modi per comunicare tale bellezza, «perché l’uomo contemporaneo, inconsapevolmente, sta attendendo tale “buona notizia”, che lo rivela a sè stesso».
Il ricchissimo e lungimirante intervento di mons. Pizzaballa – impossibile da riassumere in poche righe – evidenzia le difficoltà che caratterizzano l’esperienza cristiana oggi, ma questo non deve impaurire. Quel che i cristiani oggi devono aver chiaro è che sono chiamati ad evangelizzare e a testimoniare il bello, il buono e il vero che c’è nel Vangelo e nella Tradizione, senza lamentarsi per quello che è stato perduto. «Bisogna essere capaci di un annuncio comprensibile e attraente. Non serve parlare di valori cristiani senza dire che Cristo è ciò che di meglio si può incontrare. Niente muri che separano perché non c’è nulla che non possa essere valorizzato dall’esperienza del Vangelo».
Oltre a custodire quel che di buono il passato ha trasmesso, i cristiani oggi hanno il fondamentale compito di riaccendere il desiderio della persone attraverso una diversità che indichi nella bellezza dell’incarnazione di Cristo l’unica possibilità che l’uomo ha di non perdere la propria umanità e quindi di essere nuovamente costruttore di un mondo più bello, più giusto, più vero e accogliente per tutti.