
Sono in debito con la presentazione delle riflessioni della professoressa Paola Mastrocola dal libro scritto a quattro mani col professore Luca Ricolfi, “Il danno scolastico”. Sottotitolo: “La scuola progressista come macchina della disuguaglianza” edito da La nave di Teseo (2021; pagine 270, e.19,00).
I due docenti hanno scritto questo libro sulla scuola italiana, partendo da come l’hanno vista loro, secondo la loro esperienza scolastica. Mancava l’esperienza della Mastrocola, che peraltro, già ha scritto tre libri-pamplhet sulla scuola, trovate le mie recensioni in questo blog. La professoressa torinese ci tiene a sostenere la sua tesi partendo da “ipotesi del figlio dell’idraulico”, se non diventa notaio non è perchè è figlio dell’idraulico, ma perché NON è stato preparato a scuola. E così viene sfatata la “favola” sinistra e progressista, ancora imperante, “secondo cui le origini sociali sono l’handicap più grave, irreparabile, e foriero di tutte le disuguaglianze”. Certo la prof è consapevole che si tratta della sua esperienza personale, e non può diventare universale. Ma è convinta che il suo punto di vista è meglio di tante teorie o ideologie.
Mastrocola inizia con la sua esperienza di alunna alle elementari nel 1962 nella periferia di Torino, a ridosso della Fiat Mirafiori. Maestra unica, grembiulini che non facevano capire a quali classi sociali appartenessero. La vera svolta è iniziata con la scuola Media. Andare a scuola equivaleva a studiare, se no, cosa andavamo a scuola a fare? Forse si studiava perché i genitori ci minacciavano di mandarci a lavorare se non lo facevamo. Praticamente chi non studiava, prendeva brutti voti e alla fine bocciato senza nessuna pietà. Infatti alla fine della prima Media, la classe si dimezzava. La pietà non era proprio contemplata. Era una scuola semplice e ovvia: ognuno faceva il proprio dovere, che era di far bene la lezione e dare i voti giusti: alti a chi studiava, bassi a chi non studiava.
“Il senso del dovere dei docenti però funzionava: induceva noi studenti allo stesso senso del dovere. Per cui, se avevamo insegnanti che esigevano da noi lo studio, noi studiavamo”. Attenzione al verbo esigere, scrive Mastrocola. Era una scuola selettiva? Perché ti chiedeva di sapere certe cose, per esempio a saper scrivere? Certamente. Finché non lo saprai fare, io insegnante, ti darò brutti voti. Certo c’era negli alunni un certo terrore, c’erano insegnanti capaci di generarlo, altri no. Mastrocola fa l’esempio di come ha imparato bene a parlare il francese.
Per due anni ho imparato i verbi a memoria e quindi ero in grado di leggere per esempio Camus, Proust etc. Più avanti la professoressa ricorda che lei, figlia di una famiglia di ceto medio-basso, ha potuto fare il Liceo Classico perché la scuola Media gli ha dato un’ottima preparazione. Secondo la tesi della scuola democratica non avrebbe potuto farlo. Tuttavia il fatto cruciale era che, in prima media, metà della classe veniva bocciata. Pertanto era una scuola selettiva. A questo punto ricorda che in quel periodo era uscito il libro di don Milani, “Lettera a una professoressa”, dove si sosteneva che la scuola media era troppo selettiva e quindi doveva smettere di bocciare. La bocciatura era un’arma delle classi alte contro quelle basse, si diceva.
Ma la prof smonta la tesi che la cosiddetta scuola democratica uscita dal pensiero di don Milani, non penalizzava le classi basse. Praticamente l’abbassare il livello di studio, la scuola facilitata-inclusiva che oggi salva tutti secondo Mastrocola è altrettanto selettiva e peraltro in modo più crudele. “Fa un altro tipo di selezione, spietata, ma camuffata da non-selezione: sposta in avanti il problema, lo annacqua e lo rende ambiguo”. La scuola democratica li salva prima, facendoli fallire dopo, cioè quando arrivano alle classi più difficili. E così si innesca la “dispersione scolastica”, che è una bocciatura più soft.
Perché si usciva preparati dalle Medie? 1ragione la qualità o preparazione degli insegnanti; 2 la qualità delle materie; 3 ragione, il modo di studiare, Si studiava scrivendo (Era mia abitudine) Tanti temi da fare a casa e poi da leggere a voce alta in classe. Sia le materie scritte che orali, si passavano ore e ore, pomeriggi e sere, a riempire quaderni. Fiumi e fiumi di pagine. “Scrivevamo per non perdere le cose che stavamo studiando. Scrivere era un modo di studiare. Studiare era far durare le cose che si leggevano. E per farle durare bisognava inciderle nella testa, stamparle”. Era naturale, in pratica si trasferivano i libri nei quaderni. “Era un modo di farli nostri: riscrivendoli li trasferivamo direttamente nel nostro cervello”. Attenzione, ci tiene Mastrocola a chiarire: “Studiare non è leggere. Bisogna selezionare, riorganizzare, trattenere, ricordare. E ricordare è imprimere. Come facevano gli antichi, che imprimevano le parole su una tavoletta di cera”.
La prof torinese ha da sempre fatto una battaglia per lo studio dei classici, della Letteratura. E’ sbagliata la tesi che non servono, che non si aiutano le classi umili con gli autori classici. L’attacco di don Milani alla Letteratura è anacronistico, capivo benissimo il suo desiderio di aiutare le classi basse. Ma perché proprio attaccando e denigrando la letteratura? Certo don Milani voleva salvare quel mondo contadino che stava scomparendo, ricco di valori e di saperi; cercava di salvare quella sapienza arcaica, naturale e profonda. Era la stessa battaglia negli stessi anni di Pasolini. Purtroppo don Milani finì per negare lo studio astratto, il sapere teorico, ha finito per svilire questo genere di studi, bollandoli come elitari e “lasciando i figli dei contadini nell’angolo della loro cultura d’origine”. Il Libro di don Milani finisce proprio con l’auspicio che gli insegnanti smettano di fare le cose difficili che umiliano i poveri, e interroghino i poveri sulle cose che già sanno. Quindi niente grammatica, niente storia, matematica etc. Il figlio dei contadini va a scuola e che cosa gli insegnano? Il nome dell’albero che fa le ciliegie, per non farlo sentire discriminato. Invece per la Mastrocola, proprio a questo ragazzo che dobbiamo far fare l’Iliade e l’Eneide, ciò che manca alla sua cultura d’origine e che solo a scuola avrebbe potuto trovare. Dove sta scritto che Omero, Dante, Leopardi, servano a umiliare i figli dei ceti svantaggiati. “Il destino di un giovane dipende anche dalla scuola, non solo dalla famiglia d’origine. Dipende moltissimo dalla scuola: se è una scuola alta, anche i ceti svantaggiati possono farcela”. E a proposito dei libri, è la scuola che ti deve fare innamorare dei libri, il maestro, il professore, centra poco avere una casa senza libri. Anche se a volte è un vantaggio avere una casa piena di libri. Ma tutto dipende dall’insegnante che ti deve portare all’interesse “fisico” per il libro. Naturalmente l’insegnante dev’essere lui stesso colto, deve aver letto tanti libri e deve averli amati.
“Se il cosiddetto ascensore sociale non funziona più, è perchè ai poveri, per non farli sentire poveri, abbiamo dato una scuola impoverita”. La Mastrocola è consapevole che le sue tesi sono osteggiate, lo ha capito da tempo. Ma non demorde continua con la sua missione di denunciare la scuola “impoverita”, “facilitata”, e non si rassegna per esempio, ad una abolizione della letteratura antica e sostituita con i “testi non letterari”: verbali di condominio, mappe stradali, istruzioni d’uso di un elettrodomestico, volantini pubblicitari. Nella convinzione che sono più vicini alla vita quotidiana dei ragazzi. Ma è insegnando Dante, Petrarca, Boccaccio e Ariosto, che potremmo favorire quelle “educazioni” alla democrazia, alla cittadinanza, all’accoglienza, che tanto amiamo introdurre nella scuola. E poi non può mancare una giusta stoccata contro la Cancel culture, che butta giù le statue di Cristoforo Colombo, che vuole abolire i miti greci, le favole classiche, eliminare Dante. Siamo alla demenziale distorsione ideologica. Questo “succede quando non si è più in grado di leggere interpretando, di cogliere il valore simbolico di una storia, il doppio livello semantico di una parola”. Pertanto il tutto viene travolto dal delirio del politicamente corretto (follemente corretto), frullato in un presente che confonde e distrugge. Mastrocola è convinta che “la democrazia, i diritti, la cittadinanza si dovrebbe insegnare senza dirlo, indirettamente e implicitamente: parlando d’altro, svolgendo i nostri programmi, leggendo i testi dei grandi autori; non direttamente ed esplicitamente, portando le classi a sentire l’esperto che ci imbottisce di discorsi fumosi e retorici, slogan e formule banali, che adagiano le menti nell’inerzia del pensiero conformista e modaiolo”. Leggere Mastrocola ti apre grandi prospettive di studio, soprattutto di metodologia di come affrontare le varie discipline, ti aiuta a comprendere per esempio dell’estrema necessità di un ritorno allo studio della grammatica, disciplina, bandita dalla scuola facilitata, di cui tutti siamo stati vittime.
Proseguendo l’ex insegnante torinese analizza il disastro nelle università, da lei frequentata, i piani di studio liberalizzati, gli esami di gruppo, il voto uguale per tutti. E poi i trent’anni di insegnamento al Liceo Scientifico, col discrimine dell’anno 2000, 110della riforma Berlinguer, cambiava la sostanza della scuola, chi la criticava veniva messo nell’angolo come reazionario, un fascista. La scuola diventa altro; la scuola dei Progetti, la valutazione oggettiva, misurata, non più temi, ma test, schede pronte, saggi brevi, si arriva al diritto al successo formativo. Attenzione se non studi non è colpa tua, l’imputato è sempre l’insegnante, mai l’alunno. Poi si arriva alla scuola delle competenze. Intanto in quell’anno Mastrocola scrive il suo “La scuola raccontata al mio cane”, dove si attacca esplicitamente la riforma. Il cotè progressista insorge. “Il libro spacca in due il mondo degli insegnanti, nonché dei media e dell’ambiente culturale”. Non c’è possibilità di dialogo, Mastrocola diventa il nemico da abbattere di certa sinistra. La chiusura ideologica è totale. Mi fermo ho già descritto questa storia. Infine voglio segnalarvi una ipotetica Lettera a un genitore di Paola Mastrocola dove sintetizza tutto il disastro scolastico dopo decenni di non scuola. Meritevole di essere letta e diffusa soprattutto anche negli ambienti scolastici.
DOMENICO BONVEGNA
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